Mesu, metade, o?…

 

 

 

 

 

Per decenni ho provato a cercare una spiegazione plausibile, possibile e probabile in termini etimologici ad una parola del lessico del canto tradizionale della Sardegna senza individuare una strada percorribile.

La soluzione era davanti a me ma, distratto da tanto altro non riuscivo ad avvedermene e, comunque, l’assunzione di un risultato richiede la provata certezza dell’esito.

Una parola singola in un àmbito lessicale qualsiasi non garantisce nemmeno la più rigorosa delle indagini mentre due parole ripristinano una intera trama di contesto dove … tout se tient.

L’unico termine del canto tradizionale non ancora disvelato restava mesuoche, la componente vocale del quartetto.

La presenza della terminazione -oche mi proiettava immediatamente in una linea di continuità di significato con l’attore protagonista del canto polivocale, su pesadore o sa boche: il solista.

La riflessione era da sviluppare sulla totalità del termine e non solo sul primo segmento: mesu o mesa. Si vorrebbe intendere ‘metà’ oppure ‘mezzo’?

È facile ipotizzare che dietro il termine mesuoche ci sia dell’altro, l’ennesima paronomasia fra le innumerevoli del sardo!

Nella teoria musicale è vero che ricorrono espressioni come cantare “a voce piena”, “a voce spiegata”, “ad alta voce”, “a bassa voce” e, anche, “a mezza voce”. Ma non è il caso de sa mesuoche del canto polivocale chiamato tenore.

Chi dovesse pensare a questa soluzione sbaglierebbe: il canto de su tenore è gridato, da parte di ciascuno dei quattro componenti.

L’investigazione si è rivolta anche sulla voce di ‘falsetto’ (falsittu) ma, nemmeno una similitudine con questa fa al caso nostro. Sa mesuoche non canta nel registro del falsetto benché talvolta, negli scritti sul canto a tenore la parola ricorra in termini sinonimici.

Rispetto alle voci gravi del bassu e della contra l’articolazione fonatoria è assai differente. Inoltre, in tutta l’area di diffusione del canto polivocale de su tenore o cuncordu è diffusa la parola mesuoche e non, per esempio tzìppiri, di cui abbiamo parlato in un articolo precedente.

Nella faringalizzazione il bassu come la contra costruiscono il suono con le corde vocali come con le pieghe vocali o ‘false corde’: la classificazione di “metà voce” si porrebbe in relazione a ciò?

La mesuoche non è faringalizzata! Qui sta la differenziazione di fondo.

Nella performance odierna si preferisce e si pretende che la mesuoche sia di timbro particolarmente acuto, fine, intrante, nel guidare, ammantare, stimolare il duo gutturale di bassu e contra.

Non sempre era così!

In alcuni comuni dell’area di diffusione del canto a tenore sa mesuoche non era tollerata. Era diffusa l’idea che la sua presenza canora connotasse un “trattare con disprezzo / scherno / sdegno, schernire, disprezzare, ignorare, sottovalutare” le creazioni gutturali de su tenore.

Suona come conferma al fatto che la creazione musicale del trio non è mai stata ‘univoca’.

Bassu e contra percorrono traiettorie fondamentalmente comuni. La mesuoche sorvola e apre sentieri propri in autonomia per ritrovarsi, di tanto in tanto, con le due voci gravi.

La stessa timbrica di questa voce ha subìto un sostanziale cambiamento nel corso dei decenni, a partire dagli anni Cinquanta del XX secolo.  L’accostamento al suono fine del campanellino dell’agnellino (brillièdda, sonazeddu) non definisce e non parla della qualità ‘metallica’ della mesuoche [mesu’ɔχε]: in nessun comune dell’area di diffusione de su tenore si ritiene metallico il timbro della mesuoche. L’analogia del timbro di metalla per la mesuoche fuorvia: metalla è l’insieme indistinto dei suoni dei campanacci.

Ancora negli anni Settanta e Ottanta si ha copiosa documentazione sonora di interpreti di questa parte vocale dal suono scuro, nasale, per niente chiaro o acuto.

Andrea Cadoni (vd Su tenore durgalesu del 1929) non ha mesuoche dal timbro brillante. A partire dagli anni Cinquanta fra i cantori popolari registrati nei rilevamenti etnomusicologici del CNSMP si riscontrano interpreti dal timbro particolarmente acuto come Giovannino Fraghì (Orune, 1955).

Diversi cantori in questo ruolo nei comuni di Orgosolo, Fonni, Mamoiada… si distinguono per la brillantezza del loro timbro ma molti altri, anche nei decenni successivi, avranno voce scura, nient’affatto squillante.

Il timbro metallico caratterizza esclusivamente le due voci gravi del coro, sa contra e su bassu.

Quando esse hanno raggiunto la piena maturità vocale nella sonorità peculiare si dice che sas voches son cursàtas (Orosei).

Già nel corso del 2013 era affiorato nel lessico de su tenore il termine cursàtu il cui significato si trova nel composto accadico kuru ‘un forno, una fornace, un crogiolo, una forgia’ + ṣâdu[Natura → Metalli] fondere, raffinare (metallo)’ per intendere ‘un metallo raffinato alla fornace’, ‘temprato alla forgia’.

Fra i diversi metalli conosciuti si hanno possibili analogie con i suoni della parte vocale di contra come della parte vocale di bassu. Per esempio si dice di una contra metallica brùnzina (brònzea) e di un bassu chitarrinu (dal suono dello scacciapensieri).

Per restare nel campo della metallurgia nel volere definire un metallo di qualità inferiore, in lingua accadica ricorre il termine masāḫu.

L’equilibrio nella composizione del suono del trio era dato da due voci cursàtas e una masāḫu ‘metallo di qualità inferiore’.

La pronuncia del popolo, nel passare dei secoli, portò una corruzione del termine masāḫu [ma’ša:χu] verso l’attuale mesuoche [mešu’ɔχε].

Fra le diverse comunità dialettali, la parte terminale –āḫu diventò –oche per configurarsi come boche (Zona interna), voche (Baronia), vohe (Barbagia) mentre, nei paesi di pronuncia più aderente al logudorese si sonorizzò in boghe (Goceano, Marghine, Montacuto) e, la parte iniziale si interpretò nei generi maschile come mesu, o femminile come mesa, il tutto tradotto in italiano come “mezza voce”.

Per lungo tempo la Sardegna è stata terra di metallurgia e nella sua storia millenaria gli abitanti ebbero familiarità con i suoni tipici dei metalli assunti allo scopo di classificare il timbro vocale di un cantore.

Poi l’Isola tornò ad essere prevalentemente agropastorale. Su ferru ha funzione determinante nel gregge che pascola libero. Distingue il capo di bestiame che lo porta al collo appeso a sa gutturàda e, il pastore sa che tale animale pascola indisturbato nel punto della campagna da dove proviene il tintinnìo.

Ma il campàno di ciascun capo non è ferro: da oltre cinquemila anni è lattone (cfr spagnolo latón), ottone, una lega di rame e zinco con altro minerale e al suo interno, spesso, il batacchio è un osso di animale (limbatta), non sempre un metallo (limbeddu).

Nel canto polivocale (tenore, controbu, cuncordu, cunsonu, cuntrattu, cuntzertu, cussertu), la differente composizione di timbriche delle voches cursàtas “metallo rifinito nella forgia” e della voce masāḫu “metallo di qualità inferiore” rimane fondamentale per la confezione del suono che continua ad affascinarci.

Bibliografia:

-S. Dedola, Encicl. 1° vol.

-A. Deplano, Tenores.

-A. Deplano, A Tenore.

-A. Deplano, Bidùstos.

-A. Deplano, La raccolta 026 del CNSMP nel sito https://www.andriadeplano.it/oldsite/htdocs/index.htm#:~:text=Andrea%20Deplano%20%C3%A8%20nato%20a,di%20Assistente%20di%20Lingua%20Italiana.

-A. Deplano, Voches cursàtas, presentazione al Cd del Tenore e Cuncordu de Orosei.

©Andrea Deplano 2025.

 

Cussertu di Mamoiada 1955.

Interpreti:

Boche             Francesco Canu noto Chiccheddu de su Contoneri

Bassu              Giovannantonio Sedda Fodda

Contra            Giuseppe Ladu Palitta

Mesuoche       Giuseppe Cadinu Zoseppeddu

 

 

Foto di Paola Capra

 

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