
Poccandìa è parola sconosciuta alla quasi totalità dei Sardi ma sotto altra forma essa ha certa diffusione e la caratterizza una storia assai curiosa.
È registrata nel Vocabolariu durgalesu di Gonario Carta-Brocca (p. 179) e nel Dizionario Etimologico Dorgalese dello scrivente (p. 679). Il suo significato è ‘malessere, malumore’ ma anche ‘nostalgia’. Naturalmente, come ogni parola ha una etimologia, che ne rivela origini arcaiche mentre la si fa passare per accatto recente o ‘corruzione popolare’ di termine italiano.
Per avere la migliore comprensione del significato del termine, delle sue vesti grafiche e delle sue pronunce occorre partire da lontano, per sfiorare, senza addentrarci troppo, tanti fenomeni e molti àmbiti disciplinari nel tentativo di dipanare una matassa e non già di fermarci a uno dei tanti busillis della lingua di Sardegna.
Nella tormentata storia di Francia, fin dal XV secolo, si fece ricorso all’arruolamento di soldati mercenari dai Cantoni Svizzeri e, nel 1515, sotto Francesco 1°, si concluse un trattato di pace attraverso il quale, gli Svizzeri (compresa l’attuale città tedesca di Friburgo) si impegnavano a fornire fra 6.000 e 16.000 soldati al re di Francia. I soldati di questo reggimento svizzero risiedevano in territorio francese ma godevano di particolari regole di ingaggio: potevano usare la lingua tedesca, gli ordini erano impartiti solamente in tedesco e, soprattutto, avevano il diritto di tornare a casa, nel proprio Cantone.
Nel 1688, uno studente di medicina alsaziano, studiava le condizioni psicologiche di quei soldati svizzeri alla reggia di Luigi XIV e compilava la propria tesi di laurea concentrata sul malessere psicologico di quei mercenari. Soffrivano di quello che i francesi chiamano ‘le mal du pays’. Corrisponde a tristezza, malumore, depressione, sentimenti che a partire da Charles Baudelaire saranno chiamati ‘mal de vivre’.
Dal II secolo in poi, la scuola di Ippocrate aveva indicato che la sede del malessere psicologico fosse la regione addominale, nella parte alta, quella che in sardo chiamiamo ghenna de anima: lo sterno.
Sotto quella cartilagine avrebbe origine il malessere di quei militari che anelavano il ritorno a casa.
Galeno utilizzò il termine ipocondrìa (dal composto greco ὑποχόνδρια) per nominare tale malessere, mentre nel 1688 Johannes Hofer discute la sua tesi di laurea in medicina all’Università di Basilea facendo uso, per la prima volta, di un nuovo termine medico composto dal greco nóstos ‘ritorno’ e àlgos ‘dolore’: nostalgìa.
Hofer aveva preso a cuore il disagio dei militari svizzeri afflitti dal desiderio di tornare nella propria patria dove ognuno è conosciuto e riconosciuto come appartenente ad una comunità oltre che alla propria famiglia: la piccola patria è la scena in cui ogni individuo è protagonista o comprimario.
La nuova parola ‘nostalgìa’ si afferma nel secolo successivo negli ambienti culturali europei e, già nel 1832, viene accolta nel Dizionariu universali de Vissentu Porru, a p. 397, con la specificazione seguente: “Nostalgìa s.f. spezia de malinconìa provvenienti de grandu disigiu de torrai a biri sa patria”.
L’Académie française assumerà il termine solamente tre anni più tardi (1835) nel proprio dizionario.
Insomma, si direbbe che con il passare del tempo ipocondrìa, malessere, malumore, nostalgìa siano uniti in una stessa significazione implementata di altre parole a seconda del villaggio isolano.
La consultazione di alcuni dizionari di sardo ha prodotto altri risultati: l’ipocondrìa, nelle definizioni trovate e riportate in citazione, sconfina nel verbo francese ‘bouder’, che in dorgalese suona ‘puddare’ per dire ‘essere imbronciato’, ‘tenere il broncio’, ‘corrucciarsi’.
La presenza della parola poccandìa isolata solamente nel sardo dorgalese pone dubbi e perplessità ma, cercando in altri dizionari di limba ci si imbatte in qualcosa di simile.
Si estende la ricerca alle fonti scritte come ai parlari di alcuni comuni isolani.
A Nuoro si registra un termine foneticamente vicino a poccandìa.
Luigi Farina, nel volume italiano-sardo, alla voce malinconìa (p. 370) propone: “annéu, tristura, pena, amargura, porcandria (v. paturna-ia) (v. ìpo-contrìa)” e, per malinconica-o propone “anneada-eau, trista-u, appenada-au, chin amargura (su porcandria)”.
Nel volume sardo-italiano alla voce porcandria (p. 266) il veterinario nuorese propone: “broncio (quasi paturnia); Zuchet su p. Ha il broncio. Est chin su p. P. o corcone”.
La parola porcandrìa è in uso anche ad Orune con il significato di ‘broncio’.
Massimo Pittau, nuorese come il Farina e docente di Linguistica sarda all’Università di Sassari,
per il termine porcandrìa propone “musoneria, broncio continuo” che fa derivare da it. ipocondrìa.
Nel suo Vocabolario medico, Peppe Poscheddu (p. 59) alla voce ipocondria dà la seguente definizione: stato psicopatologico in cui il paziente rivolge l’attenzione al proprio corpo: borrocciu. De corpus malu. Non sono censiti voci come poccandìa o porcandrìa.
Il dizionario del berchiddese Pedru Casu, a pag. 988 presenta Nostalgìa e produce un esempio di corredo fraseologico: sos isulanos suffrini meda sa nostalgìa.
Ma anche Nostalgicamènte: Vivet nostalgicamente in s’America. e persino Nostàlgicu: Vida nostalgica. It’omine nostalgicu, ma nel dizionario del parroco non compaiono porcandrìa né poccandìa.
Nel suo Ditzionàriu Mario Puddu (p. 1357) alla voce porcandrìa definisce: zenia de malumore, coment’e de ofesa / zucher o esser cun su p. = a murru bocau, fai murrus grussus ☼ ammurriadura, annicu, corcone, prima ✍️ so de cara mala, azìcu presumiu, o tropu alligru o chin su porcandria.
Enzo Espa, a p. 1671 del suo Dizionario traduce porcandrìa come ‘broncio, cipiglio, muso, grugno’.
Poeta e cantore, Giovanni Pira di Orgosolo, durante la sua esperienza di emigrato cantava:
si nostalgicu so una cantàda
mi faco in limba tua in sarda rima,
rendet felice s’anim’attristàda.
Il dorgalese Mialànghelu Patteri conobbe una dolorosa esperienza de disterru in Germania. Egli ricordava esattamente la parola con cui nel suo paese era nominato il dolore del distacco, lo stesso malessere dei soldati svizzeri, la nostalgìa: ne soffrì anche lui nella sua esperienza pluridecennale di emigrato.
La parola dorgalese poccandìa [pɔkkan’dia] s.f. Psicol. Malinconìa. Malumore. Nostalgia. Sa poccandia est ca li mancan sa zente e sos locos suos [ša pɔkkan’dia εš ka li ’maŋka ssa ’dzεntε ε ssɔl ’lɔχɔs suɔš(ɔ)] La nostalgia è causata dalla mancanza della sua gente e dei suoi luoghi.
La base etimologica di questo termine si trova nel composto akk. puqqum ‘désirer ardemment, une aspiration, une attente / desiderare ardentemente, una aspirazione, una attesa’ + di’u ‘une plateforme, une scène / una piattaforma (per il trono), un palco’.
Zustissia noa che bocat sa betza sostiene il ditzu sardu. Da tempo il termine nostalgia, interpretato come malumore e malessere, è entrato nei dizionari di sardo ma noi siamo convinti che si tratti di una storpiatura di un termine italiano (porcandrìa per ipocondrìa) e non invece di un termine dalle radici antichissime giacché, gli individui si sono sempre spostati nella storia del mondo, alcuni senza rimpianti, ma altri con testa e cuore hanno anelato il ritorno al proprio paese natale desiderato come ‘ritorno alla propria scena’.
© Andrea Deplano 2025.
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